Per le due semifinali abbiamo deciso una presentazione diversa da quella per gli altri Bowl, ci focalizzeremo sulla singola squadra per analizzare al meglio le quatto partecipanti, è il turno dei Michigan Wolverines, protagonisti del Fiesta Bowl che si disputerà sabato 31 alle 22.00 italiane e sarà visibile su ESPN Player.

L’ultimo passo per la leggenda

Non più tardi di due stagioni fa l’esperienza di Jim Harbaugh sulla panchina della sua alma mater sembrava essere al capolinea: Harbaugh e il suo staff non erano mai riusciti a tradurre le buone classi di recruiting in grandi risultati, dovendo sempre sottostare nella conference ai rivali di Ohio State.

In quel momento qualcosa si era chiaramente rotto tra Harbaugh e l’ambiente Michigan, inteso non solo come la squadra, la direzione atletica e l’ateneo, ma anche con la stampa locale e i tifosi, non più tutti così inclini ad assecondare Jim in ogni sua decisione e così disposti a perdonare tutto al proprio ex QB. Sembrava essere scemato l’innamoramento tra i due in modo bidirezionale: il popolo gialloblù non era più tutto dalla parte di Jim e Jim stesso sembrava non più del tutto convinto che questo matrimonio fosse la cosa giusta per entrambe le parti.

Ecco perché, pur essendo del tutto in continuità, da quel momento in poi si è trattato a tutti gli effetti di un Harbaugh bis, in quanto il coach sembrava già avere un piede e tre quarti lontano da Ann Arbor quando è stato raggiunto l’accordo sul prolungamento di contratto, con riduzione di ingaggio: un modo per dire “sei ancora il nostro uomo Jim, ma ora serve dimostrarcelo”.

Due anni dopo siamo qua a narrare del secondo playoff raggiunto consecutivamente da campione di conference, dopo aver battuto in back-to-back proprio quella Ohio State che mai prima di quell’accordo di gennaio 2020 Jim era riuscito a superare, e che era il vero motivo dei malumori nell’ambiente.

Resume

Se dovessi riassumere la stagione di Michigan con un solo aggettivo direi: “lineare”. Non ci sono state cadute, strascichi, neppure eccessivi brancolamenti – se non uno, lieve, contro Illinois. I Wolverines hanno vinto tutte le partite, mai – o quasi, per l’appunto – soffrendo e dimostrando una superiorità schiacciante soprattutto dal punto di vista fisico sugli avversari.

Una costante nella stagione dei Wolverines è stata il “terzo quarto”. Come ci hanno insegnato i Golden State Warriors di Steve Kerr: è al rientro dagli spogliatoi che si vincono le partite, quando le squadre più deboli faticano a rimettersi in moto con lo stesso agonismo della prima parte di partita.

A fine primo tempo Michigan si trovava: 17-13 contro Maryland, 10-10 contro Indiana, 16-14 contro Penn State, 13-7 contro Michigan State, addirittura in svantaggio 14-17 contro Rutgers, 21-20 contro Ohio State e 14-13 nel Championship Game contro Purdue. 7 partite su 13 sono state molto equilibrate nei primi 30 minuti per poi concludersi, rispettivamente: 34-27, 31-10, 41-17, 29-7, 52-17 (la più incredibile), 45-23 e 43-22.

Attenzione, quindi, a considerare Michigan in difficoltà.

Analisi squadra

Spesso l’aggettivo “solido” viene attribuito un po’ a sproposito: quando si parla di una squadra o un giocatore che rende bene, ma che per un qualche motivo non convince al punto da poterle/gli affibbiare un aggettivo migliore – forte? Inarrestabile? Talentuoso? Divertente? O perché no, “generazionale”? – gli si accosta questo epiteto di non chiarissima interpretazione. Un elemento si definisce solido quando non è né liquido né gassoso, quando cioè conserva la propria forma e non viene piegato o separato o volatilizzato al contatto con un corpo esterno.

Questo ampio preambolo per arrivare a chiedersi: quand’è che una squadra di football può essere definita solida? Ed ecco che arriviamo alla nostra Michigan.

Una squadra solida è una squadra che è sempre uguale a se stessa, non cambia il proprio piano partita sulla base dell’avversario – il che può essere un vantaggio, quando esso funziona bene, ma anche logicamente un limite. Alla “solidità” solitamente si dà un’accezione positiva ed è per questo che squadre che restano identiche a se stesse ma che funzionano solo in determinate occasioni difficilmente verranno definite in questo modo.

Al concetto di solidità spesso si accostano quelli di fisicità e resistenza, che nel football si traducono nella mente del lettore in due cose: grande difesa e gioco offensivo improntato sulle corse.

Per quanto semplificata e quasi macchiettistica, quindi, questa è la perfetta definizione di Michigan, che ben incarna quell’ideale di squadra del Midwest composta da boscaioli che amano i climi rigidi e prendersi a mazzate sul campo da football. Michigan è stata la 3a miglior difesa contro le corse della nazione quest’anno – con la miseria di 85,2 yard concesse a gara – e 13,4 punti – che la rendono la 5a scoring defense. Il running game anche è stato uno dei migliori della nazione: basato su giochi estramemente fisici come inside zone e duo, ha portato a 5,64 yard a portata, 4° miglior dato della nazione dietro a UCLA, UAB e Kansas, tutte squadre che corrono a partire da 11 o 10 personnel. Con le 243 yard a partita i Wolverines sono stati il 5° miglior running attack della nazione e, anche quando hanno dovuto fare a meno della superstar Blake Corum – che non ci sarà neppure ai Playoff – non hanno ridotto il proprio fatturato, con il backup Donovan Edwards che ha corso per 216 yard contro Ohio State e per 185 contro Purdue, evidenziando come il gioco sul terreno dipenda molto più dalla qualità dei blocchi che da quella del portatore di palla.

Ma Michigan non è solo questo.

Rispetto al 2021 è migliorata molto la qualità delle giocate “finesse”, per due motivi principali.

Il primo risponde al nome di J.J. McCarthy il quale, pur avendo dimostrato ancora dei limiti, è un quarterback con potenzialità maggiori di Cade McNamara. Entrambi stanno bene nel sistema, ma in situazione di gioco rotto il primo ha dimostrato capacità di improvvisazione molto migliori del secondo – come mostrato dalla giocata sotto riportata. Rispetto al 2021 di McNamara, McCarthy quest’anno ha lanciato qualche yard in meno, ma con una percentuale di completi migliore (65,3%), più TD e meno intercetti (20-3 J.J. contro i 15-6 di Cade). McCarthy ha, inoltre, dato un’altra dimensione all’attacco di Michigan essendo molto pericoloso anche come runner: nel Playbook offensivo dell’OC Sherron Moore si sono sbloccati una serie di giochi che prevedono la “option” per il QB, handoff oppure correre in prima persona, a seconda dell’atteggiamento del DE messo in lettura.

Il secondo è rappresentato dal rientro del WR Ronnie Bell – fuori tutta la stagione scorsa – divenuto go-to-guy di McCarthy nelle situazioni complicate – e dalla conferma di Cornelius Johnson come redzone threat.

In difesa ci saremmo tutti aspettati una flessione rispetto all’anno scorso in seguito alle uscite pesanti di Aidan Hutchinson, David Ojabo e Daxton Hill, ma così non è stato. Addirittura i Wolverines hanno aumentato il numero totale di sack – dai 34 dello scorso anno ai 36 di questo, nonostante il leader, il DE Mike Morris, abbia a referto la metà dei sack del leader del 2021 Aidan Hutchinson – ma per fare questo è stato necessario cambiare approccio alla pass rush: molti più blitz e pressioni simulate rispetto al 2021, dove la pressione veniva portata in modo molto “classico”, lasciando i propri edge in 1vs1 con i tackle avversari. Questo ha aumentato l’imprevedibilità e la pericolosità di questa difesa, ma ha dall’altro lato scoperto delle zone – specialmente quando il blitz arriva dalla secondaria – che un quarterback capace di leggerle può colpire senza grossa difficoltà. Nella giocata sotto si vede un blitz della safety Rod Moore che lascia Marvin Harrison Jr in 1vs1 con il CB Gemon Green, mismatch prontamente colpito da CJ Stroud.

Non è un caso, infatti, che quest’anno siano arrivati più sack dal back7: 10 contro i soli 4 della stagione scorsa, dove il 75% degli atterramenti fu opera del duo Hutchinson-Ojabo.

Altro giocatore chiave della stagione di UofM è stato Mike Sainristil, il “money” player (o “star” o, più comunemente “nickelback”) della 4-2-5 di coach Jesse Minter, ovvero quel giocatore che ha avuto il compito di sostituire Dax Hill. È stato un grattacapo dell’offseason di Michigan questo ruolo: Harbaugh ha letteralmente passato al microscopio il suo roster per scoprire chi avrebbe dovuto ricoprire questo fondamentale ruolo e ha trovato la risposta nel #0, all’epoca non più che un discreto WR, con poche chance di giocare. Una intuizione che a posteriori possiamo dire geniale: Sainristil sembra nato per fare questo ruolo avendo: atletismo, ball skills, capacità di letture – che sta piano piano affinando – ma soprattutto la ferocia necessaria per andare in run support quando gli viene richiesto, con disprezzo del pericolo.

Chiavi della partita

La chiave della partita per i Wolverines è una ed è, alla luce di quanto sopra detto, banale: schiacciare TCU sul piano fisico.

Gli Horned Frogs hanno dominato la stagione grazie all’abilità di Max Duggan di stare nella tasca e di uscirne in situazione di gioco rotto traendone vantaggio, e grazie alla strapotenza di Quentin Johnston sull’esterno. Unica sconfitta dell’anno? Kansas State. Cosa hanno in comune Michigan e Kansas State? La potenza delle proprie linee.

La secondaria dei Wolverines soffrirà indubbiamente la fisicità e l’atletismo del WR1 di TCU, come ha fatto con Marvin Harrison Jr in The Game, e per questo dovrà agire sul fronte per non dare a Duggan il tempo di cercare il suo target principale in profondità – come ottimamente fatto nella suddetta partita contro Ohio State nella ripresa.

Nel complesso l’accoppiamento arride ai Wolverines, favoriti giustamente di più di un touchdown in questa partita. Per fare un passo oltre rispetto all’anno scorso lo scoglio non è insormontabile, ma i ragazzi di coach Harbaugh dovranno stare attenti a non calare l’attenzione, perché di fronte avranno una squadra capace sia di segnare che di difendere e che in questi Playoff non ci è finita per caso.





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