Il Milan dovrebbe terminare l’esercizio finanziario 2021/22 con una perdita di 50-60 milioni. Nei fatti quindi la società rossonera sta proseguendo anche a livello contabile quel percorso di risanamento iniziato due stagioni fa quando nel bilancio 2019/20 il fondo statunitense Elliott, ovvero l’azionista che detiene il club con oltre il 99% delle azioni, decise di accelerare su un road map finanziaria verso la sostenibilità: in quell’occasione il Milan caricò su quell’esercizio molti costi che sarebbero potuti essere spostati su bilanci successivi registrando una perdita monstre di 194,6 milioni, ma di lì in poi in quella maniera partì quel percorso.

Non a caso sempre per una ricerca massima di pulizia e trasparenza nell’estate 2019 il management guidato dall’amministratore delegato Ivan Gazidis accettò di assoggettarsi alle sanzioni UEFA e non partecipare alla successiva Europa League (che la squadra aveva conquistato sul campo) accettando nei fatti una perdita superiore ai 20 milioni sull’esercizio 2019/20 tra mancati premi e mancati incassi dal botteghino.

La seconda fase di Elliott – Il percorso di risanamento

Il percorso di risanamento d’altronde aveva già un importante intertempo nel bilancio 2020/21, quando il rosso è stato dimezzato a 96,4 milioni, anche grazie a una politica non indolore di contenimento dei costi (si vedano i casi di Donnarumma e Calhanoglu, oltre al prossimo caso di Kessie) che ha ridotto il monte ingaggi. In questo quadro proprio ieri il management di via Aldo Rossi si è potuto presentare relativamente tranquillo all’audizione con l’UEFA sul tema Fair Play Finanziario.

Se è vero che il Milan mostra ancora numeri in perdita, è altrettanto vero che le misure restrittive per la pandemia che hanno limitato gli accessi agli stadi e quindi impattato negativamente sui ricavi (non certo per volontà del Milan) e soprattutto l’evidente percorso di risanamento in essere ha spinto i dirigenti a un legittimo seppur prudente ottimismo. Anche perché il malessere finanziario è generalizzato e colpisce molti club, almeno in Italia. Tutto questo mentre, cosa non certo secondaria, la squadra ha guadagnato una nuova competitività che, almeno in campo nazionale, le ha permesso di tornare a competere per il titolo.

La seconda fase di Elliott – I debiti del Milan e gli investimenti del fondo

Restando però ai temi prettamente finanziari, il Milan ha un altro grande asset: a differenza di altre società italiane, la società presieduta da Paolo Scaroni ha una situazione debitoria molto favorevole, avendo Elliott azzerato praticamente i debiti  finanziari (e rimangono soltanto quelli correnti). Nei fatti, quindi, si può parlare di una società senza debiti.

Questo significa che qualora dovesse arrivare un’offerta per acquistare la società, Elliott incamererebbe l’intero ammontare della transazione. E per un fondo che per sua natura, investe in società, le risana e poi le rivende a un prezzo maggiorato, la cosa potrebbe ingolosire non poco.

Ivan Gazidis (Photo by Paolo Bruno/Getty Images)

Nel dettaglio Elliott ha finora investito oltre 700 milioni nel club rossonero e se si osservano le ultime operazioni di mercato su club italiani – l’Atalanta è stata valutata nella sua interezza oltre 500 milioni nell’operazione che ha visto il socio americano Steven Pagliuca entrare nell’azionato della società bergamasca- si può ragionevolmente ipotizzare che il Milan, per storia, blasone, numero di tifosi nel mondo e valore del brand, potrebbe essere tranquillamente valutato anche oltre il miliardo. Dando a Elliott una buona prospettiva di guadagno.

Anche se, va tenuta ben presente una questione: i fondi di investimento, quando misurano al redditività di un’operazione, non guardano tanto alla mera differenza tra quanto incassato al termine dell’operazione e il totale di quanto precedentemente investito nella tale società, ma usano un indice denominato IRR (Internal Rate of Return) che tiene in conto anche la durata temporale nella quale il capitale è rimasto impegnato in un tale deal e quanto questo ha fruttato paragonandolo a operazioni nelle quale quello stesso denaro sarebbe potuto essere investito in alternativa.

La seconda fase di Elliott – Le voci sulla cessione del club

In tutto questo scenario quindi non sorprende che in questi giorni siano tornate a girare voci su una possibile vendita del club. In settimana a Calcio e Finanza sono infatti arrivate indiscrezioni sulla possibile alienazione del club a soggetti nordamericani per un valore di oltre un miliardo. Non avendo noi trovato conferme abbiamo preferito non darne notizia. Anche perché, a esplicita domanda, ci è stato risposto che il fondo Elliott non ha intenzione di vendere. A meno di offerte irrinunciabili.

Quel che è certo però, anche perché è stato detto pubblicamente da Giorgio Furlani, Portfolio Manager del fondo Elliott e consigliere d’amministrazione del Milan, è che la società di via Aldo Rossi è tornata a destare interesse sui mercati internazionali. «Mai pensato ad azionisti di minoranza? La risposta breve è no, non ci abbiamo mai pensato. Però in molti ci hanno contattato perché avevano interesse nel club, ma finora non c’è mai stato nulla di concreto», ha spiegato Furlani la settimana scorsa intervenendo al Business of Football Summit organizzato dal Financial Times a Londra.

Insomma Elliott sembra voler procedere senza indugio sulla strada di apportare ancora maggior valore alla società, forse per tentare di massimizzare quell’indicatore IRR succitato e quindi ottimizzare ulteriormente la redditività dell’investimento. Oppure banalmente per ottenere quel target di redditività che nei piani interni al fondo è stato sicuramente stabilito.

La seconda fase di Elliott – Tornare al successo e il tema nuovo stadio

Quel che è certo è che per fare questo deve entrare in una nuova e seconda fase della sua gestione del Milan. Una fase nella quale due questioni sono molto importanti. La prima sarebbe molto utile, soprattutto agli occhi dei tifosi e per smerigliare il brand, e si basa sulla possibilità che la squadra possa tornare a vincere qualcosa di importante e nulla esclude che questo non possa succedere già in questa stagione calcistica tra scudetto e coppa nazionale.

La seconda invece è quasi necessaria, se non vitale, ed è la partita che concerne il nuovo stadio: perché è del tutto evidente che un conto è vendere un’azienda, vincente e blasonata quanto si vuole, ma con un impianto, per quanto fascinoso e storico, che è vetusto e obsoleto. Un conto invece è vendere la stessa azienda con uno stadio nuovo di zecca e in grado di fare da volano alle entrate.

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AC Milan (Photo by Marco Luzzani/Getty Images)

In questo quadro però i manager di Elliott, per non pentirsi più avanti, dovranno stare molto attenti nel valutare bene le lentezze burocratiche, il clima di incertezza, le difficoltà politiche tutte (e tristemente solo) italiane che concernono la costruzione di nuovi impianti nel nostro Paese. E che piano piano stanno avvolgendo il progetto del nuovo San Siro. Molti osservatori pensavano infatti che dopo la rielezione del sindaco di Milano Giuseppe Sala a Palazzo Marino si sarebbe proceduti spediti verso il nuovo impianto, invece ogni giorno spuntano ostacoli, comitati, pareri di personaggi illustri e no che sembrano riportare il tutto alla situazione iniziale.

Una partita, quella del nuovo stadio, per altro che, in altre città, ha visto impantanarsi imprenditori di vaglia, sempre statunitensi come il patron di Elliott Paul Singer: a Roma James Pallotta per anni ha lottato invano per un nuovo impianto per la società giallorossa prima di vendere e tornare a Boston. Mentre a Firenze la questione sta generando in questo giorni un paradosso tutto italiano: anziché lasciare che il presidente della Fiorentina Commisso spenda i propri denari per costruire un nuovo impianto per la Viola, si preferisce ristrutturare il vecchio Franchi (per quanto glorioso e tutelato dai Beni artistici) contribuendo all’operazione con soldi pubblici – denaro parte per altro della dotazione affidataci dalla Ue per il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNNR) che in teoria dovrebbe servire per far ripartire il Paese dopo gli effetti nefasti causati sull’economia italiana dalla pandemia.

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