L’ex presidente della Lega Serie A (dal 2018 al 2019) Gaetano Miccichè è stato ed è tuttora uno dei banchieri più in vista e più potenti del panorama italiano e non solo. Prima in qualità di top manager di banca Intesa, dove curava le transazioni delle grandi aziende, e ora in qualità di attuale Chairman della Divisione IMI Corporate&Investment Banking di IntesaSanpaolo, il businessman palermitano ha partecipato per decenni alle operazioni più sofisticate dell’economia italiana. Dotato di grande acume e di eccellenti abilità tecniche, Miccichè ha anche dalla sua quel savoir faire personale più che mai necessario quando si tratta con personaggi dell’altissima imprenditoria.

Eppure in un’intervista al Corriere della Sera pubblicata in settimana Miccichè ha spiegato: «Il periodo della Lega Serie A umanamente è stata una fase splendida della mia vita professionale: ho avuto l’opportunità di conoscere gruppi di lavoro, rappresentanti venti realtà territoriali differenti. Ho cercato di fornire il mio contributo in maniera onesta, partendo dalla consapevolezza maturata in 50 anni di carriera: nelle aziende ci sono comportamenti standard da seguire, avere bilanci in ordine, una governance chiara, deleghe definite. Ecco perché devo confessare che, oltre all’entusiasmo, l’esperienza mi ha procurato grande fatica. È un ambiente che manca totalmente di regole».

E alla domanda sul perché ha resistito non più di due anni nei corridoi di via Rosellini, ha spiegato: «Non si sopravvive perché non vengono assegnati mandati chiari e non c’è un azionista di riferimento. Uscivo da ogni assemblea con un mal di testa violento: non era facile dirigere le riunioni tra presidenti che urlavano, altri che pensavano ai fatti propri e altri ancora che si scambiavano insulti. Però, se un sistema non funziona, chi lo rappresenta maggiormente e penso ai grandi club, ha più responsabilità degli altri».

Ne è emersa inevitabilmente un’immagine di una Lega Serie A in preda alle consorteria di questo e quel presidente, un far west insomma senza norme e guida. E se è vero che questo è quanto da anni viene raccontato nei media, è altrettanto vero che la cosa acquista più calore quando lo dice per esperienza diretta un manager di lungo corso che ha potuto vedere le cose dall’interno.

Non a caso, un businessman poi divenuto manager di un club di Serie A ha spiegato Calcio e Finanza: «Io ho conosciuto Miccichè in occasioni di operazioni importanti di alta finanza e quando entrava lui nella stanza dove si decideva il deal si sentiva un’aura di potenza, quasi da mettersi in piedi. Quando poi l’ho reincontrato in Lega Serie A questa aura sembrava svanita, il manager appariva indebolito. Non pareva più nemmeno lui».

L’aneddoto fa il paio con la vicenda che negli ultimi giorni ha visto protagonista l’attuale presidente di Confindustria Carlo Bonomi. L’idea di chi lo sosteneva, Milan e Inter in prima fila, era quello di votare scheda bianca alla prima tornata (dove si votava in segreto ed era necessario il quorum di 14 voto favorevoli su 20) per poi dare la stoccata decisiva nelle elezioni successive dove i paletti sono meno stringenti. Però l’elezione del Presidente della Lega, spiegava a Calcio e Finanza in settimana un presidente della Serie A, ha qualcosa di “quirinalizio” e quindi bisogna stare attenti a non far fare brutte figure e bruciare i nomi più importanti. Non a caso l’unico voto a favore di Bonomi è arrivato dal campo avverso visto che, secondo quanto trapela, è stato il presidente del Napoli Aurelio De Laurentiis a dare l’unico voto all’attuale presidente di Confindustria. Proprio lui che con il suo omologo laziale Claudio Lotito è a capo della fazione contrapposta.

La vicenda Bonomi è terminata, visto che l’attuale presidente di Confindustria ha ritirato la sua candidatura spiegando che con la guerra in corso tra Russia e Ucraina deve concentrarsi sul suo ruolo di presidente di Confindustria. Anche se secondo i tam tam che provengono da Viale dell’astronomia lo indicano in difficoltà anche per quell’incarico.

Insomma se qualche personalità del mondo finanziario (dove al di là delle giacche eleganti e i modi affettati non si gioca certo un gioco pulito) è ancora sicuro di arrivare nel mondo del calcio e fare un solo boccone degli altri player in nome di una esperienza acquisita sui mercati internazionali, è meglio che se lo scordi il prima possibile.

In particolare lo devono tenere bene a mente le proprietà straniere che stanno arrivando in massa in Serie A, non ultima quella statunitense dell’Atalanta, che ha appena concluso l’accordo con la famiglia Percassi. Quante volte i neoarrivati hanno commesso errori di ingenuità: un caso su tutti la breve avventura di Shevchenko al Genoa del fondo 777 Partners. E soprattutto lo dovranno avere bene a mente i tre candidati emersi dalla riunione di Lega Serie A di ieri, ovverosia l’economista Lorenzo Bini Smaghi (spinto soprattutto dalle proprietà americane), il capo di gabinetto del Ministero della cultura Lorenzo Casini e l’ex dg della Rai Mauro Masi, che entrambi hanno il favore di Lotito e della cordata che fa capo al presidente della Lazio.

Sempre ricordando che prima della prossima assemblea elettiva, previsto per il 3 marzo e dove il quorum si abbasserà da 14 voti a favore a 11, non spuntino altri nomi, in particolare è probabile che Inter e Milan si muoveranno per trovare un altro papabile dopo il passo indietro di Bonomi.

Quale sarà il modo in cui finirà l’elezione, non v’è dubbio però che il prossimo numero uno di via Rosellini dovrà sciogliere un nodo strategico: da un lato molti presidenti avevano criticato il dimissionario Dal Pino perché inacapace di parlare con il potere politico ed ottenere ristori o sostegni (sottoforma per esempio di allentamento del divieto delle sponsorizzazione da betting). Un appello che il governo di Mario Draghi non sembra volere ascoltare (tanto meno ora che è scoppiata la guerra). Anche perché i sondaggi indicano  come il calcio sia uno tra gli ultimi settoro industriali che, secondo gli Italiani, il governo dovrebbe aiutare.

Dall’altro, quasi in preda a una sorta di schizzofrenia bifronte, tra i presidenti vi è anche chi spinge per una Lega che si separi dalla federazione, replicando nei fatti lo strappo realizzato negli anno novanta dai club inglesi con l’istituzione della Premier League. Dimenticando però che quello strappoo arrivò non soltanto dopo una pesante semina in termini di marketing sui mercati di tutto il mondo per cui i club inglesi sono ancora quelli megli conosciuti in tutto il pianeta. Ma anche in virtù di una grande coesione al loro interno che gli permise di effettuare quella manovra. Ovvero proprio la cosa che manca alla Lega Serie A di oggi.

 

In questo quadro, al di là delle Alpi sembra essere tutto un altro pianeta. Non solo perché in Spagna il presidente de LaLiga Javier Tebas è in grado di guidare il campionato spagnolo con mano ferma anche con, cosa nota a non tutti, l’opposizione dei due colossi Real Madrid e Barcellona. Ma anche perché in Inghilterra, dove in una Premier sempre più simile alla Nba le battagli faziose della Lega italiana sembrano questioni da secolo scorso, c’è chi guarda a un futuro che potrebbe moltiplicare ricavi da sponsor e biglietti.

Il Manchester City infatti ha iniziato a costruire il primo stadio di calcio al mondo all’interno del metaverso con l’aiuto degli esperti di realtà virtuale di Sony. Utilizzando l’analisi delle immagini e le tecnologie di create dalla società Hawk-Eye, una sussidiaria del gigante della tecnologia e dell’intrattenimento, lo stadio del club diventerà l’hub centrale del Manchester City nel mondo della realtà virtuale.

I dirigenti del club che lavorano al progetto lo stanno facendo in previsione del momento in cui il City potrà riempire più volte l’Eithad Stadium virtuale, consentendo ai tifosi impossibilitati ad andare a Manchester di guardare le partite dal vivo comodamente da casa in qualsiasi parte del mondo. «Il punto centrale che potremmo immaginare avendo un metaverso è che si possa ricreare una partita, guardarla dal vivo, fare parte dell’azione in un modo diverso attraverso diverse angolazioni e riempire lo stadio quanto si vuole perché illimitato, completamente virtuale», ha commentato Nuria Tarre, chief marketing e fan engagement officer del City Football Group, la holding che controlla i Citizens.

Il metaverso è attualmente accessibile tramite dei visori e navigato con controller manuali. Gli sviluppatori che lavorano nel calcio e nella realtà virtuale ritengono che la tecnologia attualmente consentirebbe di replicare una partita in una versione digitale, simile a quanto accade con il videogioco FIFA, ma che in futuro i fan potrebbero guardare le partite reali giocate all’interno di uno stadio virtuale. «Al massimo l’1% dei nostri fan si recherà mai a Manchester per guardare una partita», ha aggiunto Tarre. Rimane una visione piuttosto che una certezza e richiederebbe una profonda revisione del settore delle sponsorizzazioni, in particolare nel modo in cui vengono distribuiti i diritti televisivi del calcio. E la Premier League, su queste cose, è decenni avanti rispetto a tutte le concorrenti.

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