Tra il 2008 e il 2010 il centrocampista è stato uno dei più acquistati giocatori nel gioco manageriale: costava poco e diventava fortissimo presto. Nella realtà c’ha messo qualche anno in più a diventare un giocatore decisivo. Anche il database di FM ogni tanto “sbaglia”

Erano gli ultimi giorni di gennaio del 2011 quando Mario Been, all’epoca allenatore del Feyenoord, parlando dei sondaggi di due squadre inglesi e una italiana per un’eventuale trasferimento di Georginio Wijnaldum disse: “Spero rimanga con noi. Ha un talento enorme”. Poi sorrise e si disse in ogni caso fortunato: “Fossimo in Football Manager sarebbe già andato via. Negli ultimi hanno me lo hanno scippato due milioni di volte”. La cifra non era casuale. Secondo i dati del gioco manageriale, circa due milioni di allenatori virtuali avevano acquistato il giocatore olandese tra il 2008 e il 2010. Il motivo era semplice: costava poco e diventava un mezzo fenomeno: assicurava un numero di due cifre sia per quanto riguardava i gol, sia per quanto riguardava gli assist.

Il database di Football Manager è da quasi una decina di anni che è considerato molto affidabile dagli scout. Qualche abbaglio l’ha preso, si pensi a Franco Costanzo e a Cherno Samba, a volte ha sopravvalutato qualche giovane, come per Alessio Cerci e Kim Kallstrom. Tra questi sembrava poter entrare pure Georginio Wijnaldum. Per anni l’olandese ha fatto bene, ma non ai livelli che il gioco aveva previsto.

Non era però un’allucinazione dei programmatori, aveva solo bisogno di tempo e di trovare la sua posizione in campo. Cioè tutto il campo e non solo le fasce (lì dove l’aveva relegato FM).

Georginio Wijnaldum è cresciuto presto. Ha debuttato in Eredivisie (la Serie A dei Paesi Bassi) a 16 anni e 148 giorni, il più giovane giocatore nella storia del Feyenoord. Ma si è evoluto lentamente. Tecnico, forte, veloce, gran tiro e visione di gioco: un perfetto trequartista. Era facile convincersi di questo. Lì l’avevano schierato tutti. Nel 2016 al Liverpool era arrivato per fare l’esterno d’attacco con licenza di accentrarsi. Poi Zeljko Buvac, il vice di Jürgen Klopp, guardandolo e appuntandosi i movimenti sbagliati dell’olandese capisce che come esterno farebbe arrabbiare il tecnico tedesco. Parla a Klopp, gli spiega che la posizione migliore per Wijnaldum è diversi metri più indietro e molto più centrale. Lo convince a farlo partire lì e poi lasciarlo libero di improvvisare. “Ha corsa. È un mulo con l’allungo di un cavallo di razza. Gli devi dare campo” Klopp ha fiducia in Buvac, ma quella volta dubita. Il serbo insiste, il tedesco accetta. Gli bastano poche partite per accorgersi che l’amico aveva ragione. “Una ragione dannata”, ammise nel maggio del 2017. In quattro anni è diventato tra i migliori centrocampisti europei.

Anche grazie a Klopp. Il tecnico tedesco l’ha spronato a mettere “gambe e braccia e cattiveria in campo”, ha detto a gennaio l’olandese. Ha aggiunto: “Gli devo molto”. A Liverpool ha osservato e studiato la capacità di giocare ovunque di Adam Lallana. Lo ha fatto talmente bene che si è impadronito della sua “multispazialità”, come l’aveva definita Buvac. E del suo posto in campo. In più ha compreso che il dribbling ha senso soltanto se è funzionale a un passaggio e che il pallone non serve averlo a lungo tra i piedi, ma deve girare. Questo glielo ha insegnato Klopp. Lui ha fatto tesoro del consiglio, ha scalfito l’eccesso, ha mantenuto l’essenziale.

Frank De Boer gli ha concesso l’ultimo salto di qualità. Gli ha consegnato la fascia di capitano, gli ha detto: “Sei forte, sei sveglio, ora devi assumerti la responsabilità di essere un modello per i tuoi compagni. Niente scuse”. Non si è opposto, ha detto grazie e ha fatto quello che il ct si aspettava.

Il prossimo anno lascerà Liverpool e Klopp, l’uomo che lo ha reinventato. Andrà a Parigi per tentare di vincere la sua seconda Champions League. Prima c’è un Europeo da provare a portare in fondo. A quasi trentun anni sa che è il momento giusto per fare il possibile per “togliere la Nazionale dal buco nella quale si era infilata negli ultimi sei anni. Ce la possiamo fare? E chi lo sa. Il futuro arriverà, io sono abituato a ragionare sul presente”. Kloppiano.





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