Stevie G contro la spettacolarizzazione del calcio.

Che il vecchio e caro football si stesse definitivamente – e irrimediabilmente – trasformando lo avevamo capito già da un po’. Ma che il volto di questo tradimento avesse le fattezze di Bukayo Saka, questo proprio non ce lo aspettavamo. Non ce ne voglia il ragazzo, a noi caro per i corsi (la trattenuta di Chiellini, un simbolo) e i ricorsi storici (l’errore decisivo nella lotteria dei rigori contro l’Italia, sotto l’ipnosi di Gigio Donnarumma) che lo hanno visto protagonista ad Euro 2020.

Senza Saka, l’Italia campione d’Europa forse non sarebbe mai esistita. Dunque grazie, Bukayo. Un bravo ragazzo, un buon (non dite fenomeno, per favore) giocatore quando si tratta di tirar calci a un pallone. Meno, quando uscendo dal rettangolo verde dà voce alle proprie idee sul giuoco. Nel match vinto al Villa Park e deciso da un suo gol, Saka è uscito dal campo con una caviglia sanguinante – opera fatale di una serie di colpi rifilatigli nel corso della partita.

« Non ce l’ho con l’arbitro, ma vorrei che capisse a cosa vanno incontro i giocatori veloci e tecnici come me. A volte ho bisogno di un po’ più di protezione, soprattutto quando gli avversari mi riempiono di calci di proposito ».

Bukayo Saka, BT Sport

Già il 30 agosto scorso, appena ad inizio campionato, difendevamo il Burnley di Sean Dyche accusato dal socratico Jurgen Klopp di picchiare troppo duro i suoi ragazzi. Peggio, di giocare scorrettamente. Non solo, ma anche Paolo Nicolato (ct degli azzurrini) si era dovuto difendere dalle accuse – vergognose – del tecnico spagnolo De La Fuente che aveva definito «anticalcio/antisportivo» il sacrificio e la lotta furente della nostra Under21 contro le Furie Rosse (belle e messianicamente giuste).

Vedete, le parole di Saka vanno combattute proprio perché (apparentemente) innocue: l’attaccante dell’Arsenal e come prima di lui De La Fuente e Klopp (nonché Solskjaer) hanno in mente un’idea di calcio lontana anzi lontanissima dalla sua essenza originaria. Il calcio è lotta, guerra, traduzione secolarizzata della battaglia (santa). Eliminarne l’elemento polemico (nel senso etimologico del termine) significa ridurlo a mero fenomeno sportivo, a danza senza spirito, a teatro senza tifo.

Forse per questo Steven Gerrard, vecchio cuore inglese e attuale allenatore dei Villans, ha deciso di prendere la parola una volta per tutte – un po’ come aveva fatto Alan Shearer a suo tempo: «Saka è un buon giocatore, è uno straordinario talento e amo vederlo giocare.

Ma non può lamentarsi su questo aspetto del gioco. That’s football. Mentre parlo, qui e ora, ho delle viti nei miei fianchi, ho dovuto subire 16 operazioni, fatico ogni giorno andando in palestra. Questo è il calcio inglese. Lo imparerà, e lo farà velocemente».

Steven Gerrard

In Inghilterra il dibattito sul tema è accesissimo. Da un lato ci sono i Gerrard e gli Alan Shearer pronti a difendere il vecchio e sacro football inglese da qualsiasi tipo di contaminazione in salsa americana o vittimista. Dall’altro, ci sono i più realisti giornalisti inglesi – compreso il quotidiano inglese football.london che ha definito «ipocrita» il ragionamento di Steve G (ai tempi di Glasgow avrebbe difeso i propri giocatori dalla condotta violenta del Livingstone) – i quali, magari a ragione, proprio non riescono ad opporsi al processo di teatralizzazione del calcio; un processo che parte da lontano (dalla creazione stessa della Premier League) e che comprende, naturalmente, la custodia delle star del gioco e la demonizzazione di chi, in barba ad ogni spettacolo, ricorre a metodi rudi o all’antica per portare a casa il risultato.

No, il risultato non è più l’elemento fondamentale del gioco, perché fare risultato non crea visibilità, non porta guadagni. Vuoi mettere uno sporco 1-0 con una serie di tunnel scintillanti di Bukayo Saka? Discutere su questo sarebbe persino ingenuo. Non prenderne nota per la fine dei tempi, altrettanto.



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