IL MONDIALE l’ha vinto la Francia e l’Italia non c’era. Rispetto al calcio, però, non si è parlato di “delusione azzurra” nel powerchair football perché, se da un lato i francesi sono tra i fondatori e i codificatori della disciplina, noi stiamo scoprendo il calcio in carrozzina con qualche lustro di ritardo e una nazionale neanche ce l’abbiamo. Il 2018 potrebbe tuttavia essere ricordato come l’anno zero del powerchair football italiano: quattro società iscritte, le prime amichevoli, il supporto del Cip e una federazione (la Fispes) che ha affidato a un responsabile tecnico il compito di dare forma e struttura al movimento nazionale.

Lui si chiama Diego D’Artagnan, si è affinato a Parigi otto anni fa, ma è nato a Milano e alla corte di Francia ha studiato da allenatore di powerchair football, prima di proporre la disciplina nel centro Santo Stefano a Potenza Picena, nelle Marche. Tecnico professionista di calcio a 11 (frequenta il corso per il patentino Uefa A), è il referente delle società che, con fatica, si stanno organizzando in tutta Italia. E, sorprendentemente, a fare da pioniere sono le regioni del Sud: due team in Basilicata (Albatros Onlus a Pisticci e Pegaso Aias Matera), una in Puglia (Oltre Sport a Bari), una in Campania (Asd Asco ad Ercolano), legata al centro Don Orione.

“Siamo stati i primi ad affiliarci, nel 2017, oggi abbiamo quindici atleti che arrivano anche da Arzano, Fuorigrotta, Pagani e Nola. Vorremmo organizzare un triangolare con le altre società e nel periodo natalizio saremo a Bari per un’amichevole” spiega Francesco Ambrosio, presidente Asd Asco e consigliere nazionale Fisdir. Oltre Sport e Albatros Onlus, invece, si sono già confrontate sul campo, sia in Basilicata, sia nel capoluogo pugliese. “E’ un sogno che per via della mia patologia non si era mai potuto avverare” racconta Donato Grande, capitano della Oltre Sport. “Un sogno che potrebbe diventare realtà per molti ragazzi del centro e del nord Italia: sono stato contattato dal Lazio, dalla Lombardia, dalla Toscana e dalla Sicilia, oltre che dalle Marche, e a Lignano Sabbiadoro abbiamo coinvolto anche i bambini di età compresa fra tre e dieci anni” aggiunge D’Artagnan.

Dedicato prevalentemente ad atleti con gravi disabilità quali distrofia muscolare, amiotrofia spinale ed osteogenesi imperfetta, il powerchair football si gioca in quattro contro quattro (portiere incluso) con cambi liberi, un pallone di 13 pollici di diametro (33 centimetri), in due tempi di venti minuti. Il terreno di gioco è una palestra o un campo da basket/calcetto con pavimentazione liscia. Le carrozzine devono essere elettriche, dotate di paratie protettive, che servono anche a condurre, gestire e tirare la palla.

Altrove il calcio per disabili è una realtà già consolidata. In Francia si pratica dal 1978. Gli Stati Uniti hanno vinto le prime due edizioni del Mondiale, prima di cedere il trono proprio ai Bleus. In Argentina, dove Valentino Zegarelli – il Messi del powerchair football – ha trascinato i Tigres alla vittoria del campionato, hanno inventato un gioco online dove si potevano scegliere squadra, divisa e finanche la carrozzina. E in Inghilterra club come il Middesbrough hanno una sezione dedicata a questa disciplina. “Sarebbe bello vedere, presto, una Juventus o un Napoli di calcio in carrozzina – conclude D’Artagnan – e ovviamente riuscire a formare una Nazionale”. Già, perché un Mondiale senza l’Italia, che Mondiale è?



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