Al ventesimo minuto della sfida tra le formazioni Under 17 dei Columbus Crew e del Club Tijuana sul campo quattro del Toyota Soccer Center di Frisco, Texas, Alejandro Vega, difensore centrale numero 294 della squadra messicana – no, non è un errore di battitura, c’è una spiegazione – si è accasciato al suolo, tenendo la testa tra le braccia e praticamente incapace di piegare la propria gamba destra. Pochi secondi dopo un suo compagno di squadra, avvicinatosi per controllarne lo stato di salute, toglie il ginocchio da terra, si rialza e, voltandosi verso la panchina, indica allo staff tecnico con un gesto inconfondibile e universale la necessità di effettuare una sostituzione. Non è chiaro esattamente di che tipo di infortunio si stia parlando, ma una cosa sembra essere praticamente certa. Nel bel mezzo di un torneo come la Generation Adidas Cup – la competizione che ogni anno riunisce in Texas tutte le accademie MLS e altre da Liga MX e da tutto il mondo nelle categorie Under 17 e Under 15 – che si svolge lungo l’arco di una singola settimana, in cui tutte le squadre coinvolte devono giocare almeno cinque partite – le tre del girone, le fasi finali e, per le squadre eliminate, dei tie-breaker per definire la classifica del torneo dalla prima posizione alla quarantesima – e in cui i ritmi sono talmente alti da necessitare la riduzione delle frazioni di gioco a due da trenta minuti, il torneo di Vega è praticamente già finito. L’immagine non è una di quelle più drammatiche legate ad un infortunio. Non c’è lo sguardo tragico da Laocoonte di Cristiano Ronaldo che esce dalla finale degli Europei 2016, non c’è, nonostante si stia parlando di un torneo giovanile, quella disperazione lancinante che non può non far venire in mente un bambino o una bambina caduti sulla ghiaia al parco giochi, eppure, nonostante nulla sembri differire dalle migliaia di infortuni a cui chi è appassionato di sport è sfortunatamente abituato, è facile capire che questo stop forzato ha qualcosa di diverso, di leggermente più fastidioso rispetto a tutti gli altri. È un infortunio che potrebbe apparire come accanimento, è l’intoppo che, messo in coda a tutta una serie di fattori intervenuti nel corso degli ultimi anni, ti deve far sentire come una persona decisamente sfortunata.

 

La matematica non vi sfuggirà. Se Alejandro Vega compete all’interno della categoria Under 17, il suo anno di nascita deve essere come minimo il 2005. Nonostante molte ricerche non posso dire con certezza che quello sia l’anno preciso, potrebbe essere nato nel 2006, ma la cosa cambia poco. Perché se oggi ti trovi in una formazione Under 17, allora è praticamente garantito che gli ultimi due anni abbiano sconvolto non solo la tua vita, come quella di qualsiasi essere umano sul pianeta, ma anche, e forse in maniera più profonda, il tuo potenziale sviluppo come calciatore. E se hai il talento e le capacità per giocare in un settore giovanile di una squadra professionistica, allora il calcio è per forza di cose una delle tue principali preoccupazioni, l’orologio che scandisce i passaggi della tua giornata e della tua vita. In questi due anni, il calcio si è dovuto fermare, e lo sport giovanile ha dovuto affrontare pause più lunghe e restrizioni più limitanti. Per tutti i calciatori presenti alla Generation Adidas Cup del 2022, la prima dopo due anni di cancellazione causa pandemia, questa edizione ha rappresentato la prima occasione – e per molti l’ultima – di affrontare questa sfida del tutto particolare e unica. E Alejandro Vega ha visto quell’occasione sparire dopo neanche venti minuti della sua seconda partita in Texas.

 

Lo stereotipo vuole che tutto sia più grande in Texas, e a guardare la distesa di campi di gioco del Toyota Soccer Center si ha l’impressione che sia proprio così. Diciassette rettangoli di eguali dimensioni vengono popolati, in questo mese di aprile, da un infinito formicaio di ragazzini, tecnici, genitori, scout e normali appassionati che si muovono da un campo all’altro, ad assistere alle spettacolari e complesse coreografie messe in mostra dalle varie squadre e che si preparano all’invasione del terreno di gioco qualora un calcio di rigore andasse nella loro direzione preferita. In lontananza, oltre a pali della luce pericolosamente pendenti da un lato, la silhouette tutt’altro che imponente – come da tradizione americana, una parte dello stadio è incavata all’interno del terreno – del Toyota Stadium, casa della franchigia MLS di Dallas siede come l’orizzonte utopistico verso cui camminare, il traguardo di ciascuno delle centinaia di giovani calciatori impegnati per gran parte della settimana in campi senza tribune e attaccati l’uno all’altro. In quel luogo si svolgeranno, come ogni anno, le fasi finali del torneo, regalando un palcoscenico d’altissimo livello per uno dei tornei giovanili più importanti sicuramente del continente, ma forse in generale a livello mondiale. Nel corso degli anni e dello scorso decennio questa realtà è diventata la normalità per generazioni intere di giovani calciatori statunitensi e canadesi, proprio quelli che hanno tirato fuori la squadra più giovane a partecipare al prossimo mondiale e la qualificazione più sorprendente del prossimo torneo, ma non solo, è stata terreno di conquista per tante squadre internazionali e per un’intera settimana intorno a Pasqua il luogo di lavoro di centinaia di scout.

 

Un po’ come la Draft Combine a Indianapolis della NFL, la Generation Adidas Cup è diventata in questi anni non solo il primo grande assaggio di cosa aspetta i giovani calciatori al piano superiore, ma anche una sorta di riunione informale per tutte le teste pensanti del calcio statunitense, un evento in cui si stringono connessioni e magari si fa anche un po’ di spionaggio industriale. Eppure questi ultimi due anni di pandemia ci hanno quasi fatto dimenticare l’atmosfera particolare di questo evento tanto velocemente quanto avevamo imparato a considerarla un’abitudine. E questo effetto è stato particolarmente consistente per gli atleti che vi prendono parte, che non solo hanno perso questa incredibile opportunità di sviluppo, ma che non hanno potuto conoscere neanche qualcosa di minimamente paragonabile al frenetico caos della Generation Adidas Cup. Tra coloro che seguono attentamente la MLS Next e in generale il movimento giovanile statunitense, sulle board del forum di BigSoccer.com, le discussioni sembrano già aver raggiunto una sorta di quorum su un particolare punto: le classi 2005 e 2006, quelle più colpite dalla pandemia, sono molto più indietro di quanto non lo fossero i gruppi d’età precedenti a questo punto della loro crescita, sembrano meno profonde e con meno picchi rispetto a quelle che le hanno precedute, e che probabilmente le seguiranno. E se certo è non solo presto, ma anche e soprattutto assurdo dare già una valutazione definitiva di queste generazioni, che non solo hanno ancora ampissimi margini di crescita ma che mostrano comunque talenti di enorme potenziale, è anche vero che un principio ripetuto come un mantra da calciatori, tecnici e responsabili dei settori giovanili è che la fase tra i sedici e i diciotto anni sia la più delicata tra le finestre di crescita dei calciatori. E dal momento che la pandemia non ha colpito solo Stati Uniti e Canada, che non sono state solo queste le nazioni in cui le competizioni giovanili sono state – giustamente – sacrificate sull’altare del contenimento del contagio, è evidente che, anche se forse adesso non ce ne rendiamo conto, questo problema andrà affrontato prima o poi dall’intero movimento calcistico mondiale.

 

A dir la verità, all’interno di questa storia potrebbe svolgere una parte non irrilevante un accadimento che è in effetti esclusivo ai due paesi nordamericani, e che pur essendo coinciso con l’esplosione della pandemia è collegabile solo marginalmente con la sospensione di molte delle attività calcistiche, ovvero la chiusura, nella prima metà del 2020, della US Soccer Development Academy, la grande organizzazione sotto il controllo federale che raccoglieva sotto il proprio tetto i migliori settori giovanili del paese e che, dalla sua fondazione nel 2007, era responsabile del nuovo e mai visto prima flusso di giocatori homegrown ai vari livelli professionistici del calcio statunitense, bypassando come mai visto prima il sistema sportivo scolastico. Come raccontavamo proprio nei giorni di chiusura dell’organizzazione, a spingere la federazione a questa decisione non aveva contribuito solo la pandemia, ma anche parzialmente un’emorragia di club, per lo più al femminile, che avevano deciso di unirsi alla rivale ECNL e soprattutto l’intenzione da parte della MLS di portare sotto il suo stesso tetto l’intero processo di sviluppo dei giocatori, espressa dalle franchigie al GM dello USMNT Brian McBride in un incontro nei primi mesi del 2020 e poi rivelatasi in tutta la sua grandezza con la nascita della MLS Next all’alba della stagione 2020/2021 – a differenza del calcio professionistico infatti, il calcio giovanile statunitense si muove seguendo le date dei principali campionati europei. Anche se il cambio della guardia è avvenuto esattamente nel momento di pausa e di passaggio tra le due stagioni, una decisione del genere non può non aver aggiunto un consistente livello di incertezza e insicurezza in ragazzi, tecnici e genitori già messi a dura prova da un contesto pandemico che, in quel momento, tra indicazioni contrastanti a livello statale e guida infelice a livello federale, non sembrava avere picchi quanto piuttosto risiedere su un altopiano di drammatica grandezza.

 

Queste continue incertezze, oltre alle ben documentate difficoltà che adolescenti di tutto il pianeta hanno vissuto nel corso della pandemia e che hanno avuto un profondo impatto sulla salute mentale di generazioni di ragazzi, hanno profondamente modellato la classe di giovani calciatori in arrivo anche in maniera abbastanza brutale. All’alba della nuova stagione di MLS Next uno dei migliori prospetti nel settore giovanile di Sporting Kansas City, Gage Akalu, ventiduesimo nella lista dei cinquanta migliori giovani statunitensi del sito specializzato Chasingacup.com, ha deciso di ritirarsi dal calcio, e se la sua storia ha ottenuto un minimo di rilevanza data l’importanza del prospetto, rappresenta appena la punta dell’iceberg all’interno di un movimento ben più significativo. Ma anche senza necessariamente concentrarsi troppo su coloro che hanno deciso di abbandonare lo sport – ovvio, non necessariamente in maniera definitiva: il salvagente del calcio liceale e poi potenzialmente universitario è ancora decisamente sfruttabile da chiunque lo desiderasse – tra quelli che sono rimasti non diminuiscono le difficoltà. Nel mondo del soccer una gran parte della creazione dei contenuti e della strutturazione delle storyline risiede ancora sulle spalle degli appassionati, che sfruttano internet per coprire un territorio che dal punto di vista mediatico, anche solo locale, viene poco approfondito. La storia più celebre è quella che riguarda Hugo Alvarado, statunitense di origine salvadoregna che per rinforzare le speranze della propria nazionale ha deciso di fondare un sito capace di tracciare tutti i giovani calciatori negli Stati Uniti con passaporto salvadoregno, aiutando e di molto le prospettive di una nazionale che, sotto la guida del più celebre salvadoregno-americano, Hugo Perez, ha conquistato un posto nelle ultime otto delle qualificazioni mondiali CONCACAF con in rosa dual national come Alex Roldan e Eriq Zavaleta, veterani MLS, e professionisti in USL come Armando Moreno, Joaquin Rivas e Walmer Martinez. In questo scenario un ruolo importante viene svolto da alcuni utenti di forum come quello già citato di bigsoccer.com, che grazie alla loro conoscenza enciclopedica riescono a dare un quadro preciso dello stato del calcio giovanile nel paese e che in alcuni casi, come David Kerr, capo scout del settore giovanile dei Columbus Crew, riescono anche a costruirsi una carriera nel calcio partendo da queste situazioni.

 

Ed è proprio nel thread dedicato alla stagione giovanile 2021/2022 su bigsoccer.com che è nata l’ispirazione di questo pezzo, che per la prima volta è stata sollevata la questione della Grande Pausa che sta provocando e provocherà grandi difficoltà ad un’intera generazione di giovani sportivi. Secondo un utente, i 2005 sono il gruppo che maggiormente ha subito l’impatto del COVID. Nell’età in cui ai giovani calciatori viene data una prima opportunità di mostrare le proprie capacità in contesti competitivi, in cui avvengono i maggiori salti in avanti a livello giovanile, a questi ragazzi sono state tolte la stragrande maggioranza delle opportunità. “È per distacco la più grande crescita o il più significativo calo di un singolo gruppo d’età nel giro dell’ultimo anno e mezzo”, si legge nella discussione. Più avanti nel thread un altro utente, che si occupa principalmente di calcio canadese e dei suoi prospetti, afferma come la pandemia abbia sostanzialmente cancellato il calendario delle giovanili MLS del paese della Foglia d’Acero, che sono di fatto tornate a giocare incontri competitivi solamente nell’ottobre scorso. Il gap di esperienze che divide questi calciatori da quelli più anziani di loro che da queste parti ci sono già passati non ha fatto altro che aprirsi maggiormente, ed essendo la crescita così strettamente legata, in molte occasioni, proprio all’aver vissuto un certo tipo di esperienze da cui per forza di cose si deve passare, anche l’ammorbidimento della situazione pandemica potrebbe non aiutare nella chiusura di questo spazio vuoto che assomiglia sempre più ad un canyon.

 

Immagino che sia necessario un DISCLAIMER grosso quanto una casa quando si scrivono pezzi di questo tipo: lo sviluppo di un calciatore – di un atleta, di una persona – non è lineare e, come le impronte digitali, non può ripetersi ugualmente in due calciatori diversi. Non c’è neanche una data di scadenza sulla crescita. Al massimo, esistono trend generali più o meno riconoscibili e che vengono utilizzati in fase di scouting, ma anche questi trend sono stati smentiti un considerevole numero di volte. Né io né chi scrive su bigsoccer.com pensa che sia il caso di cancellare questo gruppo di calciatori e pensare subito a sviluppare quelli dopo. Sarebbe assurdo, e non solo perché poi basta vedere le partite di questa Generation Adidas Cup che sta per terminare per capire che non solo tutto può succedere, ma che il livello è tutt’altro che basso. Come scrive anche ussoccer97531, questa classe potrebbe solamente avere più late bloomer al suo interno. Qualsiasi cosa sia andata persa a causa della pandemia potrebbe essere recuperata da un gran numero di prospetti nel corso dei prossimi anni. Questo non è un pezzo che vuole gridare al disastro, quanto piuttosto l’esatto opposto. Vuole servire come un invito alla pazienza, e non solo per questo specifico gruppo di calciatori, ma in generale. Nella concezione meritocratica dominante nella società contemporanea si cerca spesso di far passare il messaggio che tutto passi dalle nostre mani, che tutte le nostre speranze, opportunità e desideri dipendano esclusivamente da noi e dalle nostre scelte. Ma non è così. Questa favola funziona al massimo per mantenere non solo diversi livelli di privilegio, ma anche la percezione comune che queste differenze abbiano una ragione d’esistere in maniera così chiara ed evidente. La realtà è che così tanto di ciò che possiamo essere è e rimarrà sempre fuori dal nostro controllo. Dipenderà dalla fortuna, dalla sfiga, da una pandemia mondiale capace di costringere miliardi di persone nella propria casa, da una guerra, da singoli eventi nella nostra vita privata. È importante dunque tenere sempre a mente tutte le circostanze che possono impattare la crescita di un atleta, sempre e in qualsiasi caso, e in particolare cosa è piovuto addosso a questa generazione di talenti e cosa abbiano dovuto superare quando, ad un certo punto nei prossimi anni, diventeranno evidenti a tutti e in quasi ogni disciplina sportiva  le difficoltà di questa classe di atleti nell’imporsi all’interno di contesti professionistici, perché i segnali sono già abbastanza chiari nel dirci che queste situazioni si presenteranno, indipendentemente dalle decisioni che prenderemo per contrastarli di qui ai prossimi anni.

 

In effetti, non credo di poter neanche dire che questo pezzo sia dedicato in particolare ad una situazione che coinvolge il calcio o lo sport statunitense. La cultura sportiva di quelle parti del mondo è basata per gran parte sulla rivalsa, sulla retorica dell’undrafted, del late bloomer, di chi ad un certo punto si era sentito rivolgere l’invito a smetterla con certe ambizioni fuori scala. Questi ragazzi continueranno ad avere opportunità di mostrare il proprio talento, non fosse altro perché questo sistema non sarà il più efficiente, almeno a livello calcistico, nel valorizzare subito il talento – ma ci sta lavorando – ma è certamente quello più attrezzato per trarre valore da ciò che potrebbe sembrare uno scarto e, per vie traverse, ripulirlo e sgrezzarlo in maniera tale da fargli risalire tutti gli scalini che erano stati scesi. Per quanto questo sia un sito che si occupa di calcio americano, non è a quel mondo che è indirizzato questo messaggio. Da questo ambiente parte, certamente, ed è per questo che me ne sto occupando, ma viaggia verso l’esterno a velocità decisamente alte. Siamo pronti nel calcio italiano per affrontare direttamente questa situazione che si sta venendo a creare? Siamo pronti, in un contesto che già adesso sembra odiare i giovani con tutta l’anima e che è assolutamente refrattario alla loro valorizzazione, a usare nei confronti dei nostri calciatori classe 2005 o 2006 quella pazienza necessaria perché riescano a chiudere questo gap? Oppure il massimo che possiamo fare è gridare ad una gioventù debosciata, che si sente pronta appena arriva in prima squadra, che non cresce più giocando a calcio per strada, che pensa troppo ai social e non conosce più il sacrificio? Una cultura sportiva che – e non mi sto riferendo solo a quella italiana in questo caso – ritiene sia giusto e corretto che una singola stagione sfortunata renda meritevoli calciatori e membri dello staff di passare dal professionismo al semi-professionismo o addirittura al dilettantismo ha i mezzi culturali per far crescere al meglio chi per colpe non sue è entrato in una fase di stallo della propria crescita? Può certamente darsi, ma l’impressione è che siano necessarie delle prospettive differenti per far sì che questo accada.

 





Source link