Dopo un paio di rinvii dovuti all’emergenza coronavirus, il 5 giugno del 2020 uscì “Deep Down Happy” il primo album del sestetto di Cambridge che fece conoscere ai più Alex Rice e  i suoi Sports Team. Vennero puntati potenti riflettori sulla band, anche grazie alla sfrontatezza del leader che conoscendo il terreno su cui poggia i piedi, ebbe a dire che la sua era “the best live band in the world“.

Senza dubbio la band ha le caratteristiche ideali per non passare inosservata: al carisma del leader che riesce a unire le movenze e la spregiudicatezza di uno Jagger all’eleganza di Jarvis Cocker  si aggiunge la capacità di scrivere canzoni dall’impatto immediato, una miscela diabolica che unisce il lato più incandescente e ironico del Britpop con la sfrontatezza dell’indie-rock. Difficile porli sullo stesso piano di Idles, Shame o Fontaines D.C. artefici di suoni e atmosfere più grezzi e inquietanti.

Non è quindi un caso che gli Sports Team furono nominati al Mercury Prize del 2020 dopo il grande successo del loro debut “Deep Down Happy” che per poco non scalzò Lady Gaga dal primo posto delle classifiche di vendita UK.

Dal debutto del 2020 – che era più che altro una raccolta di brani già pubblicati – al primo singolo “R Entertainment” uscito nel Marzo di quest’anno, non ci è giunto granché da ascoltare e quindi c’era molta curiosità riguardo questo sophomore. Curiosità che lo stesso Rice aveva alimentato con quella sua dichiarazione su twitter in cui si sbilanciò sostenendo: “Entering our  U2Vertigo phase. Lots of leather, songs about the desert, tiny little hats.”

“Gulp!” è quell’espressione usata nei cartoni animati e nei fumetti. E’ quel momento dove ci si accorge che qualcosa di tremendo e inevitabile sta accadendo sotto i nostri piedi. In un’intervista a DIY Rice, rifacendosi a quell’immagine di Willy il coyote che precipita nel burrone, afferma che  “…questo è un po’ quello che è davvero un secondo album, proprio come buttarsi giù da una scogliera.

Possiamo sin da ora affermare che l’album supera a pieni voti l’antipatica prova e che il simpatico coyote se l’è cavata egregiamente anche questa volta.
Se “Here’s the Thing” era stato il brano più ascoltato di Deep Down Happy”, “The Drop” ha le carte in regola per essere la nuova hit, ritmo danzereccio e ritornello da spot estivo.
La opener “The Game” è una scarica di adrenalina e di ottimismo “la vita è dura ma non posso lamentarmi“.
Stupenda “The Drop” che si apre con la triste visione di Katie che morirà mentre aspetta il momento giusto per andare in pensione, la ricerca del successo che offusca la consapevolezza di vivere nel momento presente.

La chitarra sorniona e spigolosa di “Cool It Kid” entra nella profondità dei sensi, le chitarre calde e avvolgenti di “Getting Better” ben si legano al titolo del pezzo. “Kool Aid” esalta le capacità canore di Alex, cavallo di razza da godersi appieno nelle esibizioni live, vera specialità della casa.

E cosa dire di “Light Industry”? Chiude la scaletta con un brano registrato d’un fiato in studio, il suo crescere inesorabile, con quel “come on” che immancabilmente, quando finisce in una canzone, ne marchia il sigillo di qualità: un brano rubato all’intuito di Pete Doherty che sicuramente apprezzerà!





Source link